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Note del regista

di Francesca Archibugi

Non mi interessava di rifare una versione de "I promessi sposi" per la televisione. Ci ho messo un po' di tempo a leggere la sceneggiatura che mi avevano proposto. Ma appena l'ho fatto, mi sono sentita coinvolta e appassionata. Scardamaglia e Lusuardi, che non conoscevo, avevano scritto un bellissimo copione con un'idea avvincente e evocativa: partire da una specie di antefatto della storia che tutta l'Italia conosce, cercando di non inventare ma estrapolare dal libro le motivazioni dei personaggi.

"I promessi sposi" comincia con Renzo e Lucia già fidanzati, dicono i critici letterari che sia un romanzo d'amore senza amore. Manzoni aveva avuto la geniale idea narrativa di sostituire la psiche del personaggio di Lucia con la luce di Dio, il segno della provvidenza. Da quella prima versione di sceneggiatura, abbiamo lavorato altri otto mesi. E' stato bello e interessante fare un passo indietro alla sua prima stesura, "Fermo e Lucia".

Da regista, ho dovuto approfondire un secolo, il seicento, che non avevo quasi più toccato dal liceo. Scoprire la vita quotidiana e l'ideologia minuta, il rapporto fra potere e religione, fra ricchi e poveri, fra uomini e donne. Insomma, ho avuto il cuore pieno di tumulti, di interrogativi narrativi e idealistici. Quando guardiamo la televisione, e ci  vengono raccontate dall'attualità storie di violenza religiosa, di morti di massa, di fanatismi, di divario abissale e intollerabile fra ricchi e poveri, fra sazi e affamati, ci siamo sentiti di poter dire che se potessimo voltare la testa all'indietro, e vedere chi eravamo, chi era l'Italia, capiremmo molto meglio ciò che adesso ci sembra inconcepibile. Dentro a tutto questo, Renzo e Lucia. Li ho desiderati giovanissimi, la coscienza nuova, scartata dal cellophane, ad affrontare una vita tanto complessa. Abbiamo voluto raccontare anche quanto l'amore infondo consola, e spesso sia l'unico, irragionevole motivo di vita. 
 

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