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Note del regista


di Giacomo Battiato

"Non puoi lasciare un ritratto a metà". Così mi è stato detto da più voci quando ho finito il primo film dove raccontavo la storia di Karol in Polonia.
Il ritratto mi sembrava compiuto e in effetti lo considero compiuto. Eppure la spinta a proseguire il lavoro è stata molto forte e ha vinto.

Ho cercato di fare un nuovo ritratto, speculare al primo, studiando la maniera di rappresentare come "quel giovane polacco", divenendo maturo e poi vecchio, ha attraversato tre decenni cruciali del nostro tempo a capo della Chiesa.
Ho usato il termine "ritratto" non a caso. Un ritratto non è un documento, non è una cronaca, è una interpretazione del personaggio e può avere un qualche valore storico proprio quando si allontana da lui -o perlomeno dalla sua immagine fissata dai reportages- per cercare di coglierne delle verità simboliche.
Con questo spirito, in collaborazione con Monica Zapelli, Gianmario Pagano e Gianfranco Svidercoschi, abbiamo scritto la sceneggiatura del film.

Se dovessi dare un sottotitolo al film, direi: "il Papa dei sofferenti"... Perché è questo l'aspetto di Giovanni Paolo che più mi ha colpito: vederlo correre a portare speranza e affetto dovunque si annunciava sofferenza, udirlo alzare la voce ed esporsi dovunque vedeva sopraffazioni, violenza, distruzioni.
Non posso non parlare di Piotr Adamczyk, l'attore.I bravi attori restituiscono al regista quello che lui aveva immaginato. I grandi attori –e sono pochi- fanno degli inaspettati, straordinari regali. E' il caso di Piotr.
Chiudo questa breve nota citando le ultime parole del film, le ultime parole del testamento che Papa Wojtyla lascia al mondo; è una frase che riflette, in tutta la sua semplicità e modestia, la grandezza umana di Karol: "Vi ringrazio tutti... a tutti chiedo perdono..."
 

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