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Note del regista


di Carlo Carlei

Ci sono due momenti che mi vengono in mente quando penso alle motivazioni che mi hanno spinto a fare un film su Enzo Ferrari. Il primo risale al 1968, quando vidi il volto di mio padre affacciarsi sorridente dal finestrino di una Fiat 124 Sport prestatagli da un amico. Salii a fare un giro con lui e mi ricordo che gli chiedevo di andare più veloce, sempre più veloce. A mio padre piacevano le macchine e in quel pomeriggio di primavera fu felice di accontentarmi.
Per la prima volta provai l'ebbrezza della velocità ed e' il ricordo di questa sensazione pericolosa ma esaltante che mi ha permesso di comprendere meglio il personaggio di cui mi accingevo a raccontare la vita. Il secondo momento, molto più recente, e' legato all'estate del 2001, quando andai a vedere la mostra sul Futurismo che si teneva a Roma.

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I primi quadri con automobili, motociclette, treni, aeroplani. Macchine mirabolanti lanciate in una corsa che non poteva essere bloccata nei limiti fisici dello spazio pittorico a disposizione ma che diventava dinamica pura, segmentata e moltiplicata esponenzialmente, quasi una rappresentazione geometrica idealizzata della velocità.
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Ecco. Immaginavo un Enzo Ferrari bambino, gli occhi spalancati, lo stupore che si allarga sul viso. Le prime corse automobilistiche, l'arrivo dei piloti, il volto bruciato, i vestiti che parlano di avventura e di imprese coraggiose e impossibili. Il desiderio del piccolo Enzo di essere uno di quegli eroi, di provare la pressione della corsa che batte sul cuore e di sentirsi libero come un uccello le cui ali rendono vivi e immortali.

Io ho soltanto seguito questo desiderio di Ferrari bambino ed e' stato più facile per me arrivare al traguardo. 

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