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Note di regia

"Al di là del Lago" rappresenta per me un tentativo di conciliare due generi solo apparentemente antitetici tra loro, cioè il dramma avventuroso e la commedia.

Dico "apparentemente", perché in realtà il pubblico televisivo sa da tempo che il genere "puro" non è più molto frequentato dalla televisione generalista. Si assiste ormai spesso a commistioni di generi nella speranza di gratificare un'audience sempre più smaliziata.

Per quanto riguarda la commistione tra drama e comedy, in particolare, gli anglosassoni hanno coniato già da tempo il termine dramedy: una struttura di dramma con dei momenti di alleggerimento.

Non proprio da commedia pura ma, insomma, qualcosa del genere! Nel nostro caso è il mistery il tipo di drama con cui abbiamo fatto la nostra commistione. E dove c'è un mistery c'è un'investigazione, chiunque la conduca, non necessariamente un poliziotto.

Così troviamo Kaspar Capparoni, nei panni di un rampante ricercatore veterinario appena tornato dagli Stati Uniti, costretto suo malgrado a condurre un'indagine sulla morte improvvisa di un suo amico d'infanzia, che, gradualmente, si trova ad assaporare i climi salutari del paesello del centro Italia da dove era fuggito tanti anni prima.

Climi tanto salutari da costringerlo a riconsiderare valori e principi da lui abbandonati troppo frettolosamente. Valori forse anacronistici per i ritmi stressanti con cui siamo abituati a vivere nella vita di tutti i giorni. Valori che sembrano appartenere ad un'epoca lontana, come se il protagonista avesse affrontato un viaggio nel passato con la macchina del tempo... 

E' proprio 'il tempo', a mio parere, il tema centrale di questo film tv perché, in effetti, la storia cerca di rispondere ad una sola domanda: abbiamo la possibilità di ridare più tempo a noi stessi?
Col buonsenso, dati i ritmi di vita che conduciamo, la risposta sembrerebbe 'no'!.

Fin da bambini infatti ci ritroviamo prigionieri di una serie di impegni più o meno ad incastro l'uno con l'altro e stiamo ben attenti a riempire ogni possibile spiraglio, forse per l'horror vacui che si scatenerebbe se non lo facessimo.

I latini sapevano che l'otium era importante quanto il negotium, il riposo serviva quanto e più del lavoro per assicurare qualità e freschezza all'agire umano.

"Al di là del lago", vuole provare a raccontare un bisogno incontrollato  ma non per questo meno necessario: recuperare la legittimità di ridare tempo a noi stessi. Il tempo del riposo, della riflessione e anche della rigenerazione.

Ed è per questo che, anche nella messa in scena, questo film tv si stacca volutamente dai ritmi superadrenalinici di tanta televisione di oggi. E io sono particolarmente grato alla dirigenza di questa Rete che mi ha incoraggiato a sperimentare un prototipo narrativo così in controtendenza che, per quanto ne so, ha ben pochi precedenti in Italia.

Augurandomi naturalmente che il pubblico possa apprezzarlo anche per questi tempi più umani.

Stefano Reali
 

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